A come Aprassia

 

Il termine aprassia deriva dal greco a-praxia, che letteralmente significa “impossibilità di fare”.

L’aprassia è, infatti, un disturbo neuropsicologico che riguarda i movimenti volontari, che viene anche definito “il disturbo acquisito del gesto” ed è caratterizzato dall’incapacità di coordinare i gesti e i cosiddetti “movimenti d’uso” sugli oggetti. È importante sottolineare, che la maggior parte dei pazienti affetti da aprassia non ne è consapevole; si parla in questi casi di anosognosia (assenza di consapevolezza).

Tale disturbo è causato da un danno alle aree frontali (aree motorie) o parietali (coinvolte nell’elaborazione dello spazio circostante), ma soprattutto da un danno alle fibre che collegano tali aree. Il fattore eziologico più comune sembra essere una lesione cerebrovascolare, dovuta ad esempio a ictus, riguardante le aree motorie dell’emisfero dominante (sinistro per i destrimani e destro per i mancini). Tuttavia, l’aprassia è un sintomo caratteristico di alcune tipologie di demenza o malattie neurodegenerative, come la degenerazione corticobasale, o l’aprassia progressiva primaria.

In generale, le difficoltà più ricorrenti associate all’aprassia sono: l’introduzione di elementi innovativi nell’esecuzione di gesti di uso comune, la mancanza di elementi essenziali per il completamento di un movimento, la realizzazione bizzarra di un gesto, talune perseverazioni (il paziente ripete il movimento sempre nello stesso modo errato), scoordinamento temporale (il paziente non ricorda la corretta sequenza di movimenti per utilizzare un oggetto).

All’inizio del Novecento, vennero descritte da Liepman due tipologie di aprassia: l’aprassia ideomotoria e l’aprassia ideativa. Secondo l’autore, infatti, i movimenti d’uso sono caratterizzati da due componenti: una componente esecutiva (motoria) e una componente semantica (conoscenza dell’oggetto da utilizzare), ognuna delle quali viene codificata in una determinata area cerebrale. Danni a tali strutture provocano rispettivamente aprassia ideomotoria, ossia il disturbo nell’esecuzione dell’azione, oppure aprassia ideativa, ovvero la difficoltà di progettare un gesto, o una sequenza di gesti.

Nella pratica clinica, viene tuttora utilizzata la distinzione tra aprassia ideomotoria e aprassia ideativa definite da Liepman, tuttavia sono state descritte altre tipologie di tale disturbo motorio. Vediamole una per una.

APRASSIA IDEOMOTORIA

Come detto in precedenza, l’aprassia ideomotoria può essere definita come un disturbo nell’esecuzione di gesti della quotidianità. Può essere osservata chiedendo verbalmente al paziente di eseguire un gesto di utilizzo di un oggetto, come ad esempio l’accensione di un fiammifero, in assenza dell’oggetto stesso; egli sa cosa deve fare, ma in seguito alla lesione cerebrale non sa più come farlo. Ciò che si osserva, quindi, è un gesto errato, tuttavia lo scopo dell’azione è riconoscibile. Un’altra modalità per osservare tale deficit è attraverso l’imitazione di gesti, con o senza significato.

APRASSIA BUCCOFACCIALE

Tale tipologia di aprassia viene spesso associata a quella ideomotoria e consiste in un deficit nella realizzazione di movimenti volontari, a scopo non linguistico, che implicano l’utilizzo dei muscoli del viso (es. bocca, lingua, laringe, faringe, ecc). Si traduce nell’incapacità di eseguire, su comando verbale o imitazione, gesti come sporgere la lingua, gonfiare le guance, o fischiare; in taluni casi, inoltre, può impedire la produzione di suoni linguistici, motivo per il quale è spesso associata all’afasia (di cui ho parlato qui).

APRASSIA IDEATIVA

L’aprassia ideativa è invece la difficoltà del soggetto nel progettare un gesto, o una sequenza di gesti; egli riconosce l’oggetto, sa descriverne l’utilizzo verbalmente, tuttavia, a livello motorio, non sa cosa deve fare. Ad esempio, se gli viene richiesto di preparare il caffè, non è in grado di pianificare e mettere in atto la sequenza di movimenti per raggiungere tale obiettivo. Riesce, invece, a eseguirli singolarmente (es. smontare la caffettiera, riempire di acqua, mettere il caffè, richiudere la caffettiera, accendere il fuoco, ecc).

APRASSIA COSTRUTTIVA

Si tratta di un disturbo isolato dell’esecuzione di disegni liberi, o copiati, o di compiti costruttivi; si può osservare anche quando si chiede al paziente di eseguire disegni utilizzando bastoncini, fiammiferi, o cubi. Si traduce in due tipologie differenti: un deficit nella pianificazione di azioni complesse che implicano un’attività di costruzione, oppure un deficit nelle capacità di analisi spaziale. Nel primo caso, durante i compiti di copia di disegni si può osservare come il paziente tenda a semplificare, o omettere taluni elementi, oppure un fenomeno definito “closing in” (il paziente ricalca i contorni del disegno da copiare). Nel caso di difficoltà riguardanti l’analisi spaziale, invece, il disegno può essere realizzato da destra a sinistra, in assenza di tridimensionalità e con anomalie nell’orientamento del foglio, o delle linee.

APRASSIA DELL’ABBIGLIAMENTO

È una tipologia che riguarda il corpo del paziente e il gesto di vestirsi. È caratterizzata dalla difficoltà nell’eseguire azioni della vita quotidiana, come ad esempio infilarsi i pantaloni, allacciare le scarpe, fare il nodo alla cravatta, ecc. Solitamente compare in assenza di aprassia ideomotoria o ideativa, tuttavia si potrebbero osservare difficoltà nell’esecuzione della corretta sequenza di movimenti (es. il paziente potrebbe indossare le scarpe prima delle calze).

VALUTAZIONE E TRATTAMENTO DELL’APRASSIA

Come per l’afasia (di cui ho parlato in questo articolo), anche l’aprassia può essere valutata dal neuropsicologo, attraverso la somministrazione di test standardizzati. Tale valutazione ha l’obiettivo di restituire un quadro completo del funzionamento cognitivo dell’individuo; inoltre, essendo l’aprassia un sintomo cardine di talune malattie neurodegenerative, è fondamentale a fini diagnostici.

Per quanto concerne il trattamento, fisioterapisti, terapisti occupazionali, e talvolta logopedisti, rappresentano le figure professionali di riferimento per la riabilitazione del soggetto aprassico.

 

 

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