A come Apprendimento

 

In psicologia, l’apprendimento è definito come un complesso processo di acquisizione ed elaborazione di informazioni, che è influenzato dalle nostre esperienze, oltre che da motivazioni, emozioni, memoria, ecc. Viene considerato “darwinianamente adattivo”, in quanto è importante per la sopravvivenza dell’individuo. Esso può essere incidentale, ovvero avvenire spontaneamente, oppure intenzionale, quando viene pianificato; in questo secondo caso, l’apprendimento implica non solo l’assimilazione passiva di contenuti, ma anche l’elaborazione attiva di strategie, la loro applicazione flessibile, il mantenimento dell’attenzione fino al raggiungimento del risultato.

Storicamente, si sono susseguite diverse teorie che hanno cercato di dare una definizione dell’apprendimento. Agli inizi del Novecento, in ambito comportamentista, ad esempio, lo psicologo John Watson lo definì come un processo meccanico di associazione tra stimoli; successivamente, lo psicologo Edward Lee Thorndike ha sottolineato la funzione dei rinforzi, ovvero degli effetti positivi conseguenti ad un’azione, che inducono a ripetere l’azione stessa. Gli studi più noti sull’apprendimento sono stati condotti proprio in ambito comportamentista, osservando il comportamento di animali in laboratorio. Essi hanno dato origine alle famose teorie del Condizionamento Classico di Pavlov e del Condizionamento Operante di Thorndike e Skinner. In seguito a tali studi, l’apprendimento venne definito come una mera associazione tra stimolo e risposta.

Tuttavia, secondo il Cognitivismo (branca della psicologia che studia i processi cognitivi alla base dei comportamenti), l’apprendimento presuppone la creazione di talune rappresentazioni mentali, che mediano la risposta comportamentale a un determinato stimolo.

Nell’ambito del Modello Biopsicosociale di Engell, si può considerare l’apprendimento come influenzato da fattori biologici e cerebrali, fattori psicologici e fattori sociali.

In particolare, per quanto concerne il substrato neurobiologico, secondo la Regola dell’apprendimento di Hebb, tale capacità è influenzata da un complesso processo che riguarda modificazioni dell’attività neurale. Egli ipotizzò che, se un input di un neurone A aumenta ripetutamente la scarica di un neurone B, allora la connessione tra i due neuroni A e B diventerà più forte. Quindi, secondo tale teoria, la ripetizione della stessa risposta comporta cambiamenti permanenti a livello delle sinapsi tra i neuroni e, di conseguenza, l’apprendimento di un’azione.

L’idea di Hebb è stata confermata da diversi studi sul circuito neurale del condizionamento della paura. Le neuroscienze comportamentali hanno infatti studiato il funzionamento dell’amigdala, una struttura del sistema limbico nel lobo temporale, che gioca un ruolo importante nelle emozioni, compresa la paura. Essa riceve informazioni sensoriali sugli stimoli e le associa. L’apprendimento a livello dell’amigdala sembrerebbe essere mediato dal cosiddetto potenziamento a lungo termine, che consiste nella ripetuta attivazione -in seguito alla presentazione di determinati stimoli- dei neuroni che trasmettono informazioni all’amigdala, che permette di creare dei ricordi di tali stimoli. Quindi, le modificazioni della trasmissione sinaptica sono responsabili dei cambiamenti comportamentali che accompagnano l’apprendimento associativo.

Tuttavia, sempre secondo il Modello Biopsicosociale, l’apprendimento non è dovuto soltanto a modificazioni cerebrali, ma è influenzato da fattori psicologici, come le emozioni, da fattori sociali, come le relazioni con i genitori o i caregiver, oppure il contesto.

Le capacità di apprendimento sono fondamentali durante un percorso di potenziamento, riabilitazione o stimolazione cognitiva rivolto a persone anziane con demenza, o a persone con lesioni cerebrali acquisite (a causa di ictus, traumi cranici, tumori cerebrali, malattie neurodegenerative, ecc), in quanto uno degli obiettivi di tali trattamenti è proprio l’apprendimento di strategie compensatorie, al fine di aumentare l’autonomia e il benessere individuale. A dimostrazione della teoria di Hebb, la ripetizione di tali strategie fa sì che con il tempo vengano apprese dal paziente.

Con l’esperienza, inoltre, ho potuto osservare come effettivamente le emozioni del paziente, le sue relazioni e il contesto nel quale avvengono le sedute, possono giocare un ruolo importante e influenzare positivamente o negativamente l’andamento del trattamento.

Ma non solo! Prova a pensare a quando leggi un libro, prepari un esame, o devi insegnare qualcosa a tu* figli*. Ti capita mai di dover rileggere una pagina perché le tue emozioni e i tuoi pensieri ti distraggono? Riesci a concentrarti su ciò che stai studiando, quando l’ambiente è rumoroso? Quando tu e/o tu* figli* siete nervosi, è più facile o difficile aiutarl* a fare i compiti?

Ti lascio con un ultimo spunto di riflessione: avevi mai pensato al perché solitamente ripetiamo le cose per apprenderle e assimilarle meglio?

 

Direi che con questo articolo ho messo un bel po’ di carne al fuoco. Ci vediamo al prossimo appuntamento con l’Alfabeto della Neuropsicologia!

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